Silvana Sanna recensisce “Il Veleno nell’Anima”

Ho appena finito di leggere un romanzo che giudico molto bello, e con un titolo assolutamente centrato, che mi ha lasciato dentro una sensazione triste e amara, che si è sciolta, sebbene non completamente, solo nel finale.
La storia è complessa, non tanto negli avvenimenti, quanto nella descrizione dei sentimenti, della psicologia dei vari personaggi, che l’autrice ha saputo raccontare con mano felice e sicura. Scavare nell’animo umano non è mai semplice, specie se si tratta di personaggi che nascondono mille sfaccettature diverse e sui quali incombe l’ombra condizionante di un passato tragico e oscuro. La Fujerof ha saputo accompagnare le sue creature nel loro percorso facendo scoprire al lettore tutto quello che c’era da scoprire in un crescendo graduale e incisivo che, permettendogli di conoscerle a poco a poco, lo porta a provare nei loro riguardi dei sentimenti di simpatia, di compassione, (nel mio caso anche di profonda empatia) o di ripulsione e di insofferenza. Fino alla sorprendente conclusione, che è a un tempo terribile e positiva, nella quale la vera natura di ciascuno verrà completamente svelata.
Sto parlando de Il Veleno nell’Anima di Mariana Fujerof (Butterfly Edizioni), una storia nella quale si mescolano crudeltà, amore, pazzia e misteri, narrati dall’autrice con uno stile tutto suo che oserei definire “crepuscolare” (non mi viene in mente un altro termine adatto) e che ben si adegua all’epoca in cui si svolgono le vicende narrate, i primi anni del 1900 subito dopo la fine della guerra, ai fatti stessi, un’ambigua, morbosa storia d’amore nella quale gli avvenimenti misteriosi e tragici del passato giocano un ruolo determinante, e anche all’ambientazione, una Torino inizio secolo, molto ben descritta nei luoghi e soprattutto nelle atmosfere sospese e rarefatte, e un’antica villa viennese coi suoi inquietanti dintorni.
La protagonista della quale seguiamo le vicende (dalla vita triste, grigia e spenta di un collegio per signorine, a una esistenza in apparenza assai più brillante nel momento in cui il fratello la preleva dall’istituto per condurla con sé), è una fanciulla timida, ingenua, inesperta, assetata d’amore, e tuttavia convinta di non valere nulla e dunque di non avere nemmeno il diritto di essere amata. Nelle sue incertezze, nelle sue ansie, nei languori, nel desiderio di felicità, nell’incapacità di opporsi a chi la prevarica, mi ha rammentato, e lo dico senza timore di essere blasfema perché ciò che scrivo esprime sempre e solo il mio pensiero personale, la Capinera di Verga. Così come la storia mi ha in qualche modo ricordato alcuni romanzi di Matilde Serao, una scrittrice a torto ormai quasi dimenticata.
Accanto alla protagonista (il cui nome, curiosamente, non viene mai detto), due uomini, legati da un’amicizia quasi fraterna, reduci da una guerra in cui hanno combattuto in campi opposti, il fratello Ludwig, e il nobile Costantino, che per lei provano entrambi un sentimento d’amore che assume nei due uomini delle connotazioni ben diverse. Il primo bellissimo e sano, è tuttavia guasto dentro, vive nel ricordo di un passato tenebroso che rende sterile persino la sua arte, il secondo, pur consapevole di essere condannato a una fine precoce, riesce tuttavia a guardare al futuro e a rinnovarsi, senza smettere di lottare per poter vivere pienamente il tempo che gli resta. E intorno ai tre si muove una miriade di altri personaggi, tutti molto ben descritti, nessuno dei quali risulta superfluo alla narrazione.
Al di là della storia, comunque avvincente, che riserva non poche sorprese e non lascia spazio alla noia tanto che ho finito per far nottata più di una volta con il libro in mano, e dell’approfondimento psicologico dei personaggi, al quale ho accennato all’inizio, ciò che mi ha maggiormente colpita è l’ambientazione. L’atmosfera di una Torino inizio secolo coi suoi paesaggi e i suoi luoghi (Torino è una città bellissima che conosco e che amo), della vita familiare e sociale di una borghesia benestante, con la sua mentalità e i suoi riti, è resa davvero bene.
Che altro dire? Brava Mariana! Proprio un bel romanzo!

Silvana Sanna, scrittrice:
“Sul filo dei ricordi”, “Il segreto di Villa Adelaide”, “La notte del pipistrello”, “Sognando il primo amore”, “Come i fiori del cardo”, “Maschio e femmina li creò” (con Gianluigi C.), “È pur sempre amore”, “Cronache di Primavera”, “La danza dei lupi”, “Storie moderne di streghe, fate e folletti”, “Fiori di ghiaccio – storie di Natale”, “La cena della Vigilia”.

Klimt Kiss visage

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